In alcuni decenni del XX secolo l’elité politica della Polonia non credeva che gli ucraini potessero veramente edificare un loro Stato sovrano: pensavano che sarebbero finiti sotto la sfera di influenza polacca o assorbiti dalla Russia. Però nel 1991 Varsavia fu la prima a riconoscere l’indipendenza di Kiev dall’URSS e poi si è dichiarato faverevole al suo ingresso nella UE e nella NATo; vi sono anche state forme notevoli di cooperazione, come nel caso della Coppa Europa di calcio del 2012. Tuttavia ci sono ferite storiche che non si rimarginano e qualcuno le cosparge pure di sale: è il caso della legge ucraina del 2015 che condanna chi non crede “all’eroismo” della resistenza anti-sovietica, fatta da gruppi come l’Esercito Insurrezionale Ucraino che stava dalla parte di Hitler e che massacrò 100mila civili polacchi (tra cui donne e bambini) in Volinia e nella Galizia orientale. Il leader di quelle milizie era Stepan Bandera, oggi visto dai nazionalisti ucraini come Padre della Patria. Varsavia ha risposto nel 2018 con una legge definisce “genocidio” quanto accaduto in tale circostanza e punisce chi nega il male che gli ucraini fecero alla popolazione polacca tra il 1925 e il 1950. E oggi? Oggi c’è la Russia, che viene perennemente considerata dalla Polonia come una minaccia esistenziale: dunque i polacchi si posizionano in modo deciso contro Mosca, rinunciando al suo gas e alzando i toni di aggressività verbale, e fanno tutto quello che possono anche se ciò significa sostenere il governo di Kiev e proporre persino di dargli le testate nucleari (così ha detto recentemente l’ex ministro degli Esteri polacco Radoslaw Sikorski).
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