Le motivazioni della diplomazia italiana in Egitto…di Chiara Cavalieri

Il Cairo, Egitto, 2 dicembre 2021.
Come ogni anno in Egitto, al Centro Esposizioni internazionali, si è svolta
lEgypt Expo Defence, la Fiera di armi più grande del medio Oriente e Nord
Africa.

Con oltre 20 padiglioni internazionali in cui oltre 350 aziende di difesa e
sicurezza di 40 paesi hanno presentato i loro prodotti e servizi, per tutta la
durata dell’esposizione si è trasformato nel luogo perfetto per formare
partnership.

L’Egitto ha svelato le industrie della difesa e prodotti come il drone egiziano
da ricognizione “Nut”, nell’Antico Egitto, Nut era la Dea del Cielo, primo passo
di un progetto mirato alla produzione nazionale di velivoli senza pilota oltre a
nuovo fucile d’ assalto totalmente Made in Egypt.

Sono stati siglati importanti patti d’ intesa sulla cooperazione, come il
trasferimento e la produzione militare, tra il Ministro egiziano Mohamed
Ahmed Morsi, e i rappresentanti di Portogallo, Sudan, Angola e Ruanda e
anche con la società russa Rosoboroneroexport e quella polacca PGZ.

Sono anche state siglati accordi bilaterali con il Regno Unito: il British Bae
Group fornirà all’ Egitto radar di ultima generazione.

Come ogni anno lo sponsor ufficiale dell Egypt Defence Expo è stata litaliana
Fincantieri (quota detenuta dallo Stato Italiano tramite la cassa depositi e
prestiti pari al 72% CDP).

Totalmente ipocrite in questo contesto sono apparse le parole di Erasmo
Palazzotto, Presidente della Commissione parlamentare di inchiesta sulla
morte di Giulio Regeni che in un’intervista ha rilasciato una dichiarazione “Ora
l’Italia alzi il livello del conflitto politico con l’Egitto “.

Diciamo subito che la prima regola non scritta della diplomazia prevede che il
livello di ogni conflitto politico vada abbassato. Il che non significa affatto che
si debba cedere ma molto più opportunamente che per ottenere qualcosa la
controparte non debba sentirsi sotto attacco.

Del resto far piena luce sulla vicenda Regeni non è incompatibile con il corretto
proseguimento di relazioni politiche, economiche e culturali tra due Partner
come Roma e Il Cairo.

Non si tratta pertanto di far prevalere la ragion di Stato su una vicenda
certamente grave rimasta irrisolta sul piano giudiziario. Si tratta di avere
invece consapevolezza che lo scontro politico bilaterale sarebbe totalmente
dannoso sia sul piano internazionale che su quello stesso degli esiti della
vicenda di cui occorrerebbe chiedere conto anche alla tutor inglese del ragazzo.

Le regole diplomatiche che disciplinano i rapporti tra gli Stati sono stabilite
dalla Convenzione di Vienna del 1961. L’articolo 41 della Convenzione di
Vienna del 1961stabilisce che gli ambasciatori sono tenuti a rispettare le leggi
dello Stato accreditatario e a non immischiarsi negli affari interni di questo
Stato.

Va tuttavia tenuto conto che specie in questi ultimi anni si è fatto strada il cd.
Diritto di ingerenza umanitaria” che dovrebbe tuttavia far capo
esclusivamente al sistema di sicurezza internazionale codificato dall’ONU.

Quando il Presidente turco aveva minacciato nell’ottobre scorso l’espulsione
di dieci ambasciatori che avevano sottoscritto un appello perché Osman
Kavala fosse rilasciato, si era appunto appellato all’art. 41 della Convenzione
di Vienna. E la successiva dichiarazione dei dieci ambasciatori di volersi
comunque attenere a tale articolo ha fatto rientrare la crisi.

Nel caso Regeni, il Governo italiano ha certamente diritto di esprimere la
propria posizione trattandosi di cittadino italiano, mentre è invece discutibile
sul piano politico la decisione assunta dal Governo Renzi nell’aprile 2016 di
ritirare il nostro ambasciatore al Cairo.

Decisione poi annullata nell’agosto 2017 dal Governo Gentiloni.

Appare infatti evidente che le trattative bilaterali in proposito possono essere
molto meglio sostenuta da parte italiana con la presenza e attraverso il nostro
ambasciatore al Cairo che può tenere ogni opportuno contatto in via riservata.

Un conto è quindi il diritto/dovere dell’Italia di esigere chiarimenti sulla
vicenda, un altro è l’esigenza assolutamente imprescindibile di mantenere
strette relazioni politiche, commerciali e culturali con un Paese come l’Egitto,
partner mediterraneo e solido alleato dell’Occidente.

Ben diverso è il caso Zaki.

Non trattandosi di un cittadino italiano, eventuali pressioni da parte di Roma
sulla magistratura egiziana potrebbero configurarsi come ingerenza negli
affari interni del paese. Che egli sia stato studente a Bologna non è significativo
dal punto di vista delle regole diplomatiche.

Oltre tutto tale forma di ingerenza, e questo non vale certo solo per l’Egitto,
rischia di ottenere proprio l’effetto contrario soprattutto considerando che nel
panorama geopolitico Medio Orientale si ha a che fare con agguerriti
competitors come Inghilterra, Germania e Francia.

Proprio Francia e Germania hanno presentato a Leonardo un’offerta per
acquisire la OtoMelara, speriamo che il governo italiano non sia così
sprovveduto da rinunciare a un’azienda fondamentale nel settore della difesa.

Chiara Cavalieri