Ippica, il de profundis di un pezzo di storia italiana

C’era una volta uno sport in Italia che appassionava migliaia e migliaia di persone, capace di scrivere anche pagine memorabili di imprese sportive nonché di entrare anche nella tradizione e nei luoghi comuni popolari. Stiamo parlando dell’ippica italiana, che da qualche anno è quello che in America chiamerebbero un “dead man walking”, ovvero un uomo morto che cammina, espressione usata per chiamare i condannati a morte nelle carceri Usa. E il parallelo, purtroppo, è perfettamente e tristemente attuale visto che due impianti storici dell’ippica del nostro paese hanno abbassato le saracinesche come il San Siro di Milano prossimo alla demolizione e il Tor di Valle che ha già consegnato il proprio destino alle onoranze funebri roma visto che è l’area in cui è destinato a sorgere il nuovo stadio della società giallorossa.
Un pezzo di storia italiana
L’ippica italiana ha da sempre regalato grande soddisfazioni in ambito sportivo, sia trotto che per il galoppo, ma anche ha avuto un grosso peso nell’immaginario collettivo della popolazione. Basti pensare al mito dei uno dei film cult della commedia all’italiana, “Febbre da cavallo”, diretto da l’indimenticabile  Steno e con protagonisti Gigi “Mandrake” Proietti ed Enrico “Pomata” Montesano. Una pellicola cult che fotografava alla perfezione il variopinto mondo delle corse dei cavalli, ma anche in televisione come dimenticare i mitici spot pubblicitari del totip, il totocalcio dell’ippica. Ma, tornando più strettamente a parlare delle corse, come dimenticare i due miti assoluti dell’ippica mondiale : Ribot per il galoppo e Varenne per il trotto. Due cavalli che, assieme ai loro driver rispettivamente Enrico Camici e Giampaolo Minnucci, hanno fatto la storia del galoppo e del trotto internazionale, entrando nella leggenda.
I motivi della crisi
Il declino dell’ippica italiana è ormai in uno stato quasi irreversibile, ed i motivi sono molteplici. Indubbiamente c’è stato un calo degli appassionati, quindi di conseguenza degli scommettitori, con lo sport che non è stato capace di attirare e affascinare le nuove generazioni, sempre più lontane dal mondo degli ippodromi e delle agenzie. E’ un paradosso dei tempi moderni il fatto che in molti ora preferiscano scommettere sulle corse dei cavalli virtuali che su quelle reali, segno dei tempi che corrono. Poi sicuramente c’è stata l’incapacità di chi ha gestito il settore, responsabili anche dell’emorragia di pubblico, di saper mandare avanti la baracca. La politica non ha fatto altro che sostituire commissari su commissari nel settore, sforbiciando costantemente ogni anno il monte dei premi. Il risultato sono sotto gli occhi di tutti : ippodromi chiusi, posti di lavoro persi e le migliori scuderie che emigrano all’estero.