Luglio 14, 2024

Il bambino può esprimere la propria ansia attraverso un “blocco” del linguaggio

Il mutismo selettivo viene fatto rientrare, nel DSM 5 (Manuale Statistico e Diagnostico dell’APA) tra i disturbi d’ansia. Il bambino o il ragazzo che soffre di questo problema si dimostra incapace di parlare in determinate situazioni sociali, come ad esempio a scuola o nel gruppo di attività sportiva, mentre si esprime in modo adeguato in altri contesti in cui si sente più a suo agio (esempio in famiglia).
Questo disturbo impedisce al bambino di affrontare in modo sereno la vita di tutti i giorni e interferisce in modo significativo con il rendimento scolastico e le relazioni sociali. Si tratta di una patologia che non sempre viene riconosciuta o che viene diagnosticata piuttosto tardi. In queste circostanze la terapia psicologica risulta più impegnativa perché nel tempo si sono consolidate alcune dinamiche disfunzionali.

Un problema poco conosciuto e spesso sottovalutato

Il genitore che sospetta problemi di mutismo selettivo nel figlio deve rivolgersi a un professionista esperto, capace di fare una corretta diagnosi differenziale rispetto ad altre patologie con sintomi simili ma non  perfettamente sovrapponibili.
Spesso, infatti, il mutismo selettivo viene confuso con un disturbo della comunicazione, con una forma di autismo ad alto funzionamento o con problemi espressivi dovuti a scarsa conoscenza della lingua parlata (come nel caso degli alunni stranieri).
L’incapacità di parlare del bambino, in genere, viene rilevata per la prima volta al momento dell’ingresso alla scuola dell’infanzia. Spesso gli insegnanti la scambiano con un problema di inserimento nel nuovo ambiente, la attribuiscono a eccessiva timidezza o a rifiuto scolastico.
In un primo momento i genitori possono sottovalutare il problema perché notano che a casa il figlio si esprime in modo corretto e gioca con tranquillità.

Che fare se si sospetta un problema di mutismo selettivo?

Ogni bambino necessita dei suoi tempi per familiarizzare con nuovi ambienti e persone. L’asilo nido o la scuola dell’infanzia possono mettere a disagio chi è poco abituato a confrontarsi con coetanei e adulti estranei alla famiglia.
In genere, tuttavia, dopo un mese di scuola i bambini iniziano ad aprirsi e riescono a instaurare una relazione positiva con almeno un compagno. Aumenta la confidenza anche con gli adulti presenti nella scuola e l’insegnante diventa un punto di riferimento in caso di necessità.
Quando tutto ciò non avviene, è opportuno rivolgersi a uno psicologo infantile.

Come si affronta il problema?

È necessario un lavoro di rete che coinvolga:

  • la famiglia;
  • gli insegnanti;
  • lo specialista.

I genitori devono seguire alcuni consigli educativi per sviluppare maggiormente le abilità relazionali del bambino.
Agli insegnanti viene proposta un’attenta osservazione delle dinamiche della classe e delle modalità che il bambino adotta spontaneamente per comunicare. In seguito vengono proposte semplici attività da far svolgere all’alunno in coppia con un compagno o in piccolo gruppo.
In un primo momento si utilizza la comunicazione non verbale (indicare, fare cenni con il capo o gesti con le mani) e successivamente quella verbale.
Lo psicologo aiuta il bambino a diventare più consapevole delle proprie emozioni e a gestire l’ansia in modo più efficace, favorendo lo sviluppo della sua autostima.
 

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